La proposta di legge per rinominare il "docente di sostegno" in "docente per l'inclusione" ha compiuto un passo decisivo proprio in questi giorni, con l'approvazione, il 4 febbraio 2026, in VII Commissione Cultura della Camera. Una semplice questione di etichetta. Questo mutamento lessicale si inserisce in una cornice più ampia e preoccupante: un progressivo indebolimento dei pilastri su cui Andrea Canevaro, padre della pedagogia speciale, ha costruito il modello inclusivo italiano. La sua visione, che auspicava un’inclusione capace di "abilitare i contesti", viene oggi messa a dura prova da provvedimenti che sembrano invece favorire la delega e la svalutazione delle competenze.
Se l'inclusione, secondo Canevaro, deve essere un processo corale che coinvolge l'intero "sfondo integratore" della classe, la nuova denominazione rischia di generare l'effetto opposto. Definire un unico "titolare" dell'inclusione potrebbe creare un alibi per i docenti curricolari, i quali potrebbero sentirsi sollevati dalla responsabilità educativa verso gli alunni con disabilità, delegandola interamente a una figura specifica. Di fatto, invece di favorire la corresponsabilità prevista dal D.Lgs. 66/2017, la nuova etichetta rischia di cristallizzare l'idea che l'inclusione sia "materia" esclusiva di un solo docente.
Questa logica della delega è alimentata e aggravata da due interventi normativi recenti che colpiscono il cuore della professionalità docente. Da un lato, l'introduzione di percorsi formativi abbreviati gestiti da INDIRE per chi ha maturato tre anni di servizio o possiede titoli esteri ha rappresentato la prima crepa strutturale in questo scenario. Mentre si cerca di dare un nome più "alto" alla figura del docente (chiamandolo "per l'inclusione"), se ne svuota il percorso formativo. La specializzazione viene declassata a un mero adempimento burocratico. Senza una solida preparazione accademica, il docente non ha più gli strumenti per essere il "mediatore" e il "regista" del contesto auspicato da Canevaro, riducendosi a una figura di supporto tecnico, priva della forza contrattuale necessaria per dialogare con i colleghi curricolari.
A questo indebolimento professionale si intreccia, dall'altro, il decreto che affida alle famiglie la facoltà di confermare il docente di sostegno dell'anno precedente. Questo provvedimento chiude il cerchio della delega. Trasformando il docente in una risorsa soggetta al gradimento della famiglia, si scardina il principio della scuola come istituzione pubblica e autonoma. L'inclusione cessa di essere un progetto pedagogico collettivo per diventare un servizio privato "su misura". Questo meccanismo pone il docente sotto un giogo che ne limita l'autonomia: l'insegnante non risponde più a un progetto di sistema, ma al consenso dei genitori, esasperando ulteriormente l'isolamento della figura del sostegno rispetto al resto del Consiglio di Classe.
A ciò si aggiunga la profonda riorganizzazione delle graduatorie e dei ruoli attraverso l'istituzione di nuove classi di concorso specifiche sul sostegno per rendere permanente e distinta la figura del "Docente per l'inclusione", staccandola definitivamente dalle graduatorie delle materie curricolari
Siamo di fronte a un insopportabile paradosso: mentre il linguaggio si evolve verso termini più moderni, le azioni concrete riportano la scuola verso modelli del passato. La svalutazione dei titoli di studio e la privatizzazione della continuità didattica sono i due binari su cui corre il declino dell'inclusione.
Senza un investimento reale sulla formazione di tutti i docenti e sulla dignità della figura specializzata, il "docente per l'inclusione" rischia di essere solo un'etichetta vuota su un sistema che ha rinunciato alla sua sfida più grande: essere una comunità capace di trasformarsi per accogliere tutti.
Coordinamento Regionale Inclusione FLC CGIL Piemonte - FLC CGIL Torino