Un’intera mattinata di discussione. Uno spazio libero per confrontarsi. Delegate e delegati hanno partecipato all’assemblea per ragionare sul ruolo del sindacato nel contrasto alla violenza di genere, dentro e fuori i luoghi di lavoro.
Disparità salariali e di carriera, discriminazioni, molestie. Sono solo alcuni aspetti della nostra società patriarcale.
Continueremo a batterci per la libertà, l’uguaglianza e la tutela dei diritti delle donne.
Di seguito la relazione di Elena Ferro, Segretaria della CGIL Torino
Ma direte, noi le abbiamo chiesto di parlare delle donne e il romanzo – che c’entra il fatto di avere una stanza tutta per sé? Una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza per sé, una stanza propria. Virginia Woolf
Oggi riprendiamo il filo di un discorso tra di noi in preparazione del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Abbiamo bisogno di momenti in cui la nostra discussione e le nostre scelte si intrecciano con la consapevolezza e la conoscenza non solo di ciò che accade ma del perché accade.
Per parlare di come il sindacato può contrastare la violenza contro i generi non partirò dai numeri delle vittime di feminicidi, troppo spesso agiti da partner o ex partner che non tollerano la libertà delle loro compagne che decidono, semplicemente, di scegliere.
Non li pronuncio perché li trovate sui quotidiani, come fatti di cronaca nera. Stanno lì a denunciare la recrudescenza di una violenza che va oltre le definizioni: femminicidi (il 37% dei quali nel 2024 perpetrato contro donne anziane con più di 65 anni), molestie, violenza economica, sessuale, istituzionale, contro le persone LGBTQ+. Ormai il dato costituzionale di una società che sta scivolando nella contrapposizione violenta, nell’esaltazione dell’odio, nell’intollerabilità di un diniego e nella soppressione istituzionale del dissenso. Lo testimoniano il decreto sicurezza, di recente approvato dal Parlamento e che la CGIL contrasta e ha contrastato, e le scelte della maggioranza al Governo, volte a incrementare le pene come panacea, evitando ciò che serve davvero: programmare gli interventi e gli investimenti per proteggere le donne quando denunciano e prima che arrivino alla denuncia, programmare l’educazione all’affettività e alle relazioni nelle scuole, usare un linguaggio non solo inclusivo ma che non veicoli odio e sterili contrapposizioni. Un linguaggio che rappresenti la pluralità delle soggettività che per fortuna sono più ricche di quanto riusciamo a immaginare.
Fa eccezione il segnale che ci arriva dalla Camera dei deputati. Mercoledì è stata approvata la legge che definisce stupro l'atto sessuale senza esplicito consenso. Se il voto bipartisan sarà confermato anche in Senato, diventerà delittuoso compiere atti sessuali su un'altra persona, far compiere atti sessuali ad un'altra persona, far subire atti sessuali ad un'altra persona.
Un NO è un NO. E basta.
Ma bando agli entusiasmi. Siamo in forte ritardo. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, definisce già lo stupro come un “rapporto sessuale senza consenso “. Sono passati dodici anni e Svezia, Germania, Francia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo e Spagna hanno già promulgato leggi che definiscono lo stupro sulla base del consenso.
In Italia le donne continuano a subire una cultura patriarcale che non riconosce né la libertà al dissenso, né l'autodeterminazione economica. Prova ne sia il fatto che siamo il paese con meno donne al lavoro e con il tasso di part time involontario più alto di Europa.
Noi chiediamo di più.
Lo facciamo a partire dalle ragioni del nostro sciopero generale indetto dalla CGIL il prossimo 12 dicembre, per cui abbiamo preparato un volantino specifico e declinato sull’impatto della Legge di Bilancio sulle donne, per mobilitare le donne. Se è vero che contro di noi si consuma la difesa di una cultura patriarcale che ha generato e genera autoritarismi e che di essi si nutre ed è nutrita, tuttavia conosciamo la forza e il potere delle donne che è e dev’essere differente, quello che oggi con questa iniziativa vogliamo provare a tratteggiare. Un potere di altro genere.
Partendo dalla piena consapevolezza del nostro compito, in primo luogo come cittadine e sindacaliste: il 12 dicembre diamo un segnale forte. Se si fermano le donne, si ferma il paese.
Oggi lavoreremo su due fronti: da un lato vogliamo socializzare quanto abbiamo già fatto e percorso insieme, guardando alle prossime sfide che indicheremo e che costruiremo, insieme. Dall’altro acquisendo nuovi strumenti conoscitivi che amplino la nostra consapevolezza, di dirigent3, funzionar3 e delelgat3, e che però abbiano una parola più forte di tutte le altre: impegno concreto.
E parto proprio da qui. Abbiamo promosso una campagna di comunicazione per sensibilizzare sull’importanza di compiere una vera rivoluzione culturale contro la violenza di genere. Non un tema di una parte della società, ma di tutta la società e di tutta la CGIL.
In questa campagna abbiamo intervistato tutt3 i Segretar3 General3 a partire dal Segretario Generale della Camera del Lavoro, e compagne dei luoghi di lavoro e delle leghe che hanno testimoniato la loro esperienza e chiesto cose precise. Queste sono le parole che i massimi esponenti della nostra organizzazione hanno pronunciato.
Perché siano congruenti, hanno bisogno di un impegno concreto, in prima persona. Lo rivendicheremo in tutte le sedi politiche e decisionali della nostra organizzazione, a partire dalla prossima AG della CGIL Piemonte dove proporremo un Ordine del Giorno che impegni la CGIL al cambiamento e all’azione su questi temi.
Ma veniamo a noi.
L’Italia ha ratificato nel gennaio 2021 la convenzione ILO 2019 che riconosce il diritto a un mondo del lavoro libero da violenza e molestie e obbliga Stati, datori di lavoro e parti sociali a adottare misure preventive, protezioni e politiche aziendali per contrastare la violenza e le molestie che si verificano sul luogo di lavoro.
La Camera del Lavoro di Torino ha sottoscritto accordi con le parti datoriali contro la violenza nei luoghi di lavoro con Unione Industriali di Torino e API. Si è fatta promotrice della definizione di un Vademecum contro la violenza di genere da distribuire sul territorio e nelle imprese, insieme alla Città Metropolitana.
Lo scorso 18 marzo 2025 ha sottoscritto accordi per la partecipazione delle RSU al percorso di monitoraggio e valutazione degli effetti della Certificazione di Genere nelle imprese che l’hanno implementata e che in cambio ottengono risorse economiche, dirette e indirette. La Segreteria della Camera del Lavoro ha costruito un percorso formativo ad oggi avviato solo da una categoria, la FIOM, per individuare i punti su cui RSU e Categorie possono e devono lavorare, perché abbiamo bisogno dell’azione nei luoghi di lavoro per fare in modo che gli accordi trovino attuabilità. È importante che questo percorso si attivi in tutte le categorie. Questa è la prima proposta che vi avanziamo, e lo facciamo anche guardando alle sfide del 2026, quando la legge sulla trasparenza salariale offrirà ulteriori spunti di lavoro e per noi di conquista, di avanzamento, se ci lavoriamo insieme.
Dal 2019 operiamo attraverso il Punto Informativo del Nodo Metropolitano contro le discriminazioni. Nel 2021 lo sportello mobbing è diventato sportello mobbing e discriminazioni, ampliando così la nostra sfera di attività. Le segnalazioni però non sono all’altezza della sfida. Crediamo serva un ulteriore impulso, non solo comunicativo ma effettivo, di lavoro sindacale su questi temi. Vi proponiamo di avviare un percorso che metta a frutto le competenze che abbiamo maturato a disposizione delle categorie, degli uffici vertenze, di tutta l’organizzazione.
Abbiamo fatto un percorso lungo e faticoso per conquistare un ruolo effettivo come parti sindacali nel Comitato per l’Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio, che ci ha fatto discutere e riflettere sul senso della nostra presenza in quell’organismo. Abbiamo preteso un impegno concreto dalle imprenditrici titolari di imprese. Un percorso lungo che abbiamo condotto fino alla stipula, lo scorso 17 novembre, di un Accordo promosso dal sindacato che contiene impegni chiari per contrastare la violenza di genere nei luoghi di lavoro a partire dalle imprese che in quell’organismo si riconoscono. Finalmente un impegno concreto che anche in questo caso dobbiamo conoscere e agire insieme alle nostre rappresentanze sindacali in quelle aziende.
Lo scorso 14 novembre abbiamo sottoscritto il Protocollo contro lo sfruttamento della tratta di esser3 uman3 e lo sfruttamento del lavoro; nei precedenti tre anni di vigenza dell’accordo, il sindacato era stato escluso. Su precisa richiesta della CGIL abbiamo ottenuto di inserire il contributo del mondo del lavoro alla lotta contro la tratta sessuale, allargando il campo di azione anche allo sfruttamento del lavoro.
Sono due temi che riguardano direttamente le donne: perché la tratta e lo sfruttamento sessuale è ben lungi dall’essere eradicato e perché molto riguarda donne, soprattutto straniere, ricattabili e soggette a continue e articolate forme di violenza.
E perché lo sfruttamento, troppo spesso, riguarda lavoratrici in settori fragili e parcellizzati, più difficili da presidiare ma non per questo meno urgenti da contattare, anche cambiando il nostro modello sindacale di riferimento.
Quest’anno e per la pima volta abbiamo deciso di sostenere concretamente un Centro Antiviolenza. Con l’Associazione Punto a Capo di Chivasso abbiamo aderito al Bando di finanziamento della Regione Piemonte presentando un progetto che permetterà al Centro di ottenere risorse per il suo funzionamento quotidiano e al sindacato di utilizzare le competenze delle operatrici per trasmettere nei luoghi di lavoro quelle conoscenze, dato che molte delegate e delegati stanno chiedendo supporto proprio in questa direzione. Una scelta che compiamo consapevolmente in un contesto in cui i finanziamenti della Regione per i Centri Antiviolenza, per le donne vittime di violenza e per i maschi maltrattanti sono stati ridotti nei capitoli di bilancio in discussione. Al di là della propaganda, la realtà è che in questo territorio gli investimenti delle istituzioni per contrastare la violenza di genere sono drammaticamente ridotti. Mentre sui giornali si sostiene il contrario!
Con il Comune di Torino abbiamo lavorato nel Gruppo di raccordo dell’Osservatorio sulla salute delle donne e avremmo dovuto, il prossimo 3 dicembre, partecipare per la prima volta e su nostra sollecitazione avvenuta formalmente nel mese di luglio scorso, al Comitato di Raccordo contro la Violenza di Genere del Comune di Torino. L’incontro non ci sarà per altri impegni istituzionali. Il tempo non gioca a favore delle donne, nemmeno in questo frangente! Ma non demordiamo.
A tutto ciò si aggiungono le numerose attività in capo alle categorie e ai territori che tengono viva l’attenzione dell’organizzazione su questi temi, nell’intreccio tra varie competenze, com’è giusto che sia per un sindacato confederale.
La formazione è tuttavia per noi lo strumento fondamentale per dare concretezza e sostanza al nostro impegno e per contribuire a cambiare quella cultura patriarcale di cui anche la nostra CGIL, non solo la società, è intrisa.
Abbiamo dato vita l’anno scorso al progetto formativo “De costruire la violenza di genere, cambiare la cultura, realizzare la piena parità di genere” a cura di Maschile Plurale, che ha fornito alle compagne e ai compagni che hanno compiti di direzione politica e sindacale – noi abbiamo scelto un approccio trasversale - nuovi strumenti per riconoscere e contrastare il modello patriarcale e maschiocentrico imperante, ridurre le discriminazioni nei luoghi di lavoro e costruire condizioni sociali che annullino i presupposti della violenza. Con questa mattinata di lavoro vogliamo proseguire quell’impegno, perché continuiamo a pensare che dobbiamo partire da noi per cambiare la società e renderla più equa, paritaria, più giusta.
Una strada faticosa e in salita, che dobbiamo continuare a percorrere. Qualche volta anche con esiti molto positivi.
Parlo del ricorso al TAR che ha portato alla chiusura della famigerata Stanza dell’Ascolto antiabortista del Sant’Anna, promosso dalla Camera del Lavoro insieme alla CGIL Piemonte, CGIL Nazionale e alla FP Torino e con il contributo prezioso di SeNonOra Quando?.
Ci siamo confrontate per quasi due anni con le dichiarazioni mirabolanti della Giunta Regionale, con quel linguaggio violento che, quando arriva dalle istituzioni, è ancora più pericoloso, anche perché ne riconosciamo chiaramente la matrice. Abbiamo tenuto duro come si dice, non abbiamo mai mostrato il fianco e abbiamo contribuito in modo significativo alle manifestazioni con le altre associazioni femministe sotto l’Ospedale Sant’Anna e il Consiglio Regionale del Piemonte, cui molte di noi hanno partecipato.
Ma soprattutto, non abbiamo mai avuto paura.
Abbiamo vinto il ricorso al TAR che ha definitivamente chiuso un capitolo fatto di attacco alla Legge 194, alla libertà di scelta e al diritto di aborto, non a caso argomento usato da tutte le destre internazionali. Ma la sentenza ha anche scritto nero su bianco che associazioni che hanno nel proprio statuto il contrasto alla legge di uno stato, la 194 appunto, con il servizio pubblico e con lo Stato che quelle tutele deve garantire, non possono avere nulla a che fare.
Proseguiremo ora con la scelta, già deliberata dalla Segreteria, di andare avanti con il ricorso avverso la destinazione di milioni di euro della Regione Piemonte attraverso il Fondo Vita Nascente davanti alla Corte dei Conti, domani ne parleremo a Collegno insieme alla Rete 194 + , siete tutt3 invitat3.
Risorse a privati senza rendicontazioni decorose, sottratte agli investimenti sulla salute delle donne, delle persone trans e della rete dei consultori, ignorando le esigenze delle donne mature, con bisogni distinti che è urgente affrontare, come di recente abbiamo fatto con il Comune di Torino per il tramite dello SPI CGIL.
Questa battaglia ci ha insegnato tre cose fondamentali:
- Che non c’è conquista senza una dimensione collettiva dell’agire quotidiano
- Che ogni strumento disponibile deve essere utilizzato per contrastare il disegno oscurantista della destra contro le donne, compreso quello giuridico e legale
- Che anche le battaglie più difficili si possono vincere
Serve che la CGIL aggiorni al Congresso il proprio Statuto, inserendo esplicitamente nella nostra missione la tutela dei diritti delle donne in ogni ambito della loro vita sociale e lavorativa. Così facendo permetteremo alla nostra organizzazione di costituirci in giudizio a difesa di tutte le donne, a partire dalla tutela alla 194, una legge che continua a essere ripetutamente sotto attacco. Le donne hanno bisogno della CGIL!
Siamo infatti ben lontane dalla Francia che recentemente ha inscritto il diritto all’aborto libero e sicuro nella sua Costituzione.
Tutto ciò ci serve per ricordare che il contrasto alla violenza di genere richiede un cambio di paradigma. Per costruire le condizioni per cui le donne denuncino le violenze in tempo e quando lo fanno siano protette, in modo stabile e duraturo. Le cronache ci raccontano il contrario e spesso non denunciano il silenzio con cui ogni vittima, di femminicidio o di molestie, viene accolta o creduta.
Le scelte, ormai usuali per questo Governo, di inasprire le pene, sono inefficaci e a puro scopo propagandistico. La verità è che senza risorse per la prevenzione, la tutela e il cambio culturale, pensare che il sistema carcerario possa essere la risposta a tutto è velleitario e inumano, così come lo è rinchiudere i migranti in un CPR.
In carcere le donne pagano due volte: per i loro delitti e come madri, a causa dell’evitabile allontanamento dai propri figli, anche molto piccoli. La CGIL ha aderito alla campagna Madri Fuori e la scorsa Festa della Mamma, abbiamo passato la giornata in carcere. E in carcere torneremo proprio il 25 novembre, per portare ascolto e solidarietà alle donne che spesso hanno alle spalle episodi di violenza e brutalità per le quali il carcere non è certo la risposta.
Abbiamo bisogno di sicurezza, sì. Ma di sicurezza sociale, che deriva dalla possibilità di essere autonome nella vita e nelle scelte, autonome economicamente. Autonomia e dignità che solo il lavoro può garantire.
E allora mentre guardiamo con la testa all’insù quel soffitto di cristallo che alcune tentano di infrangere, dobbiamo fare attenzione al pavimento di cristallo su cui una moltitudine di donne, cittadine e non cittadine, camminano ogni giorno, rischiando di sprofondare al prossimo cedimento in un buco nero di povertà e marginalizzazione.
Sono le donne che la società non vede o non vuole vedere e che troppo spesso allungano una mano verso le sorelle che quel soffitto l’hanno rotto, spesso senza riuscire ad afferrare nulla. Quanto danno fanno gli stili di leadership maschile sussunti dalle donne quando raggiungono il potere! Una leadership che invece andrebbe reinventata. Abbiamo talenti, usiamoli!
Allora usiamo il nostro ruolo per agire il cambiamento necessario, a partire dai luoghi di lavoro
Un’indagine UE ci dice che circa il 31% delle donne lavoratrici ha subito molestie o violenze, un numero che sale fino al 42% tra le più giovani. Questo rende i luoghi di lavoro un ambiente tossico e per noi ambito prioritario di prevenzione e tutela.
Spesso sono legate a ricatti economici o di carriera o di mantenimento del proprio posto di lavoro. Si chiama violenza economica e l’agisce il mercato, che determina differenze salariali inaccettabili. Abbiamo preparato un volantino specifico qu queste questioni, che esemplifica bene i temi che stanno dentro questo ragionamento. Differenze salariali e di progressione di carriera ma anche di atteggiamenti che schiacciano le donne nelle fasce di reddito più deboli del nostro paese.
La violenza economica è anche nel contesto familiare che talvolta limita l'indipendenza finanziaria delle donne costringendole a rinunciare al lavoro per occuparsi della famiglia e collocandole in una condizione di soggezione e controllo, che può arrivare fino alla restrizione delle risorse disponibili e al sabotaggio.
Ma abbiamo osservato anche un fenomeno differente: nelle crisi la resilienza delle donne e la loro capacità di lavoro è superiore a quella degli uomini. Questa inversione di rotta provoca una inversione di status: in molte famiglie, sono le donne a garantire la sussistenza, con conseguente messa in discussione del ruolo tradizionale del maschio e la sua conseguente crisi di ruolo, con conseguenze spesso pesanti.
Per questo la retribuzione del lavoro di cura è un atto rivoluzionario che non solo riconosce il lavoro non retribuito ma rende le donne libere di fare le proprie scelte, anche in contesti familiari difficili. Per essere non vittime ma donne libere, autonome e determinate.
Le nostre richieste sono ben sintetizzate nel volantino con il quale ci prepariamo a sensibilizzare le donne nei luoghi di lavoro in preparazione dello sciopero generale del 12 dicembre, per l’intero turno.
- In Italia solo una donna su due di età compresa tra 20 e 64 anni lavora, solo il 52% di donne lavora. In Germania il tasso di occupazione femminile si attesta al 77 per cento, in Francia al 65, in Grecia al 56. In Grecia la situazione è migliore persino dal punto di visto della dinamica: nell’ultimo decennio l’incremento della quota di donne con un impiego è stato due volte superiore al nostro. Siamo alle ultime posizioni d’Europa.
- Le differenze salariali tra lavoratrici e lavoratori sono tra il 5% e il 12%. Nel privato superano il 18% su base annua. Le donne sono più presenti in lavori poveri, precari e part-time involontario. INPS: 2022 differenza reddito annuale al 25% su retribuzione giornaliera, 30% sul reddito lordo nel privato.
- Il reddito medio lordo delle donne nel 2022 è stato di 18.305, mentre quello degli uomini è stato del 26.227 euro.
- Il drenaggio fiscale erode il potere d’acquisto di chi ha redditi medio-bassi. Le donne sono proprio in quelle fasce: lavoratrici con redditi bassi, part-time o carriere discontinue e/o interrotte. Il fisco non è neutro: bisogna cambiare un sistema che pesa più sulle donne.
- fermare la precarietà femminile: oltre il 60% del part-time femminile è involontario, il più alto dell’eurozona. Le donne sono sovra-rappresentate nei contratti a termine, nelle sostituzioni temporanee, nelle esternalizzazioni e negli appalti.
- Le donne percepiscono pensioni mediamente più basse del 30% rispetto agli uomini, spesso a causa di carriere discontinue e part time involontario. Cancellare le già insufficienti “opzione donna” e “quote varie” di certo non migliora il diritto a una pensione dignitosa. Hanno promesso di cancellare la Legge Fornero, l’hanno addirittura peggiorata!
- Con la spesa sanitaria sotto il 6% del PIL, servizi sociali, asili sottofinanziati e l’istruzione depotenziata, il carico di cura ricade ancora di più sulle donne. Manca ancora quell’educazione all’affettività e alle relazioni che chiediamo da tempo e investimenti sulla cultura e il rispetto non solo dei generi ma tra i generi.
- Nei settori con maggiore presenza femminile — cura e lavoro domestico, pulizie, commercio, turismo, insegnamento e pubblico impiego — una donna su quattro è sotto la soglia del lavoro povero. Molte di loro sono straniere, incuneate in una doppia spirale di sfruttamento, lavorativo e della propria condizione di rifugiate, precarie, migranti, spesso razzializzate.
Il linguaggio, la formazione, l’impegno sono il nostro mantra di oggi
Per diventare antenne nei luoghi di lavoro e contribuire fattivamente al contrasto della violenza di genere dobbiamo essere preparate e avere un’organizzazione che dà corso agli impegni che assume, con coerenza.
Possiamo dire che questa oggi è una stanza tutta per noi, una stanza libera e sicura, della cui sicurezza ci facciamo carico tutte e tutti. Questo spazio è nostro.
Per costruire quel cambiamento di cui abbiamo tutte e tutti bisogno e che oggi, con il prezioso contributo di Eleonora Pinzuti che abbiamo il piacere di avere con noi, continuiamo a perseguire. Con ferma determinazione, un passo dopo l’altro. Insieme.